Allegri in campo, solo contro tutto: la Juve sulle sue spalle

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianconera, il suo nome è Massimiliano Allegri. Ci vuole un incipit ferrettiano, da Mario Ferretti, nel nome di Fausto Coppi mitologico radiocronista della Cuneo-PInerolo, Giro d’Italia 1949, per raccontare come sia cambiata la vita dell’allenatore livornese. Ora più che mai, egli è diventato un autentico unicum nella storia ultrasecolare del club più scudettato d’Italia. Ancora due mesi fa, era il 29 ottobre, #allegriout era trend topic su Twitter, addirittura incrementato anziché annacquato dal gol di Fagioli che firmò la vittoria di Lecce, lanciando l’onda verde sua, di Miretti e Iling Junior. Per non dire di ciò che accadeva sugli altri social, se il web è da sempre il megafono più rumoroso della contestazione al tecnico: dai 2.448 video monotematici su 356 canali Youtube ai gruppi Facebook le cui file ingrassavano a dismisura e via urticantemente sparlando. E invece.  

E invece, oltre alle sei vittorie consecutive senza subire gol, sebbene il distacco dal Napoli sia rimasto di 10 punti, sono arrivate le 21.28 del 28 novembre. A quell’ora, esattamente un mese fa, Andrea Agnelli, che Allegri rivolle, fortissimamente rivolle, è stato spazzato via dal Cugino e con lui Nedved e Arrivabene. L’hashtag malevolo è crollato e Max è diventato Mister Max, alla Ferguson modello inimitabile di allenatore manager o manager allenatore, tuttavia per la prima volta imitato in casa Juve, mossa senza precedenti nei 100 anni di proprietà agnelliana pronti a compiersi proprio nell’anno che verrà. Nel nuovo consiglio di amministrazione, che meglio sarebbe definire governo tecnico, ci sono fior di avvocati, commercialisti, tributaristi, revisori dei conti, ma non ci sono uomini di calcio, intenditori di calcio, adusi a fare calcio. Dovunque volga lo sguardo alla Continassa, Allegri non trova nessuno dei suoi pari, tranne Federico Cherubini, consapevole di quanto anche il suo futuro sia in gioco: il totods già impazza, i nomi di Campos, Rossi, Massara si inseguono l’uno con l’altro mentre Giuntoli rimane il sogno proibito di Elkann

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Già, Elkann, più che mai padrone della situazione, arcigno. In un mese ha letteralmente rivoltato la Juve, imponendo le dimissioni del Cda a partire da Andrea, detronizzato dopo 4.605 giorni, nominando subito Scanavino direttore generale e ora anche amministratore delegato con pieni poteri, attribuitigli formalmente già il 6 dicembre scorso, in materia di rappresentanza della società ai massimi livelli nonché di gestione del mercato: «Scanavino potrà acquistare e cedere, a titolo definitivo o temporaneo, contratti aventi ad oggetto le prestazioni sportive di calciatori e calciatrici entro il limite massimo di euro 25.000.000 con firma singola ed entro il limite massimo di euro 75.000.000 con firma abbinata all’amministratore delegato» , «stipulare e risolvere contratti per la costituzione di rapporti aventi ad oggetto le prestazioni sportive dei calciatori e delle calciatrici entro il limite massimo di euro 25.000.000 con firma singola ed entro il limite massimo di euro 75.000.000 con firma abbinata all’amministratore delegato» (cioè dello stesso Scanavino, ndr) e «stipulare e risolvere contratti per la costituzione di rapporti aventi ad oggetto le prestazioni sportive di allenatori e tecnici entro il limite massimo di euro 10.000.000 annui con firma singola ed entro il limite massimo di euro 75.000.000 con firma abbinata all’amministratore delegato  . Cioè sempre Scanavino che, da uomo di conti, sa bene quale peso abbia il mastodontico ingaggio di Allegri e quanto peserà sul bilancio societario sino al 30 giugno 2025. 

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Tempo al tempo. Il 4 gennaio, a Cremona, comincia tutta un’altra storia per Max al quale il calcio offre un’occasione più unica che rara: ha firmato il secondo Quinquennio d’Oro nella storia juventina, è andato via obtorto collo perché se fosse dipeso da lui sarebbe rimasto, è stato richiamato a furor di Agnelli, non ha vinto nulla al sesto anno, deve vincere un trofeo nel settimo. Il primo a saperlo è lui che, il 22 luglio scorso, fu categorico: «Dopo un anno in cui non abbiamo vinto nulla, la Juve ha il dovere di vincere lo scudetto». Lo disse a Las Vegas e il suono era un azzardo, ma non aveva fatto i conti con il ginocchio di Pogba; la sindrome mondiale attecchita con mesi d’anticipo addosso a Di Maria e Paredes; l’impressionante catena di infortuni che, al confronto, quella di Sant’Antonio, è un meme.  

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Eppure, l’uomo del Corto Muso o dal Corto Muso che poi è la stessa cosa ha indefessamente retto l’urto delle critiche, degli hashtag, del boomerang che lui stesso ha lanciato alla seconda di campionato, dopo il brutto pareggio con la Samp a Marassi, in materia di giocatori di categoria, veterani e giovani che hanno bisogno di fare esperienza, salvo poi trovare proprio in Fagioli, Miretti e coetanei la linfa vitale per ridestare una squadra che pareva bolsa e ammuffita. Un uomo solo al comando di una squadra da rendere impermeabile al possibile diluvio giudiziario, italiano e uefino, che la giustizia ordinaria e sportiva potrebbero scatenare nell’anno del centenario agnelliano. Un uomo solo sicuramente al corrente della rentrée mediatico-nostalgica di Luciano Moggi all’assemblea degli azionisti, con un salto all’indietro nel tempo di sedici anni. Come se sedici anni non fossero passati mai. Il 2006 è stato l’anno in cui, esonerato dal Grosseto dopo nove giornate lasciando la panchina allo juventino Cuccureddu, Allegri diventava collaboratore tecnico a Udine di Giovanni Galeone, il suo mentore, e cominciava il lungo cammino per diventare il Vittorioso Allegri, fra Milan e, soprattutto Juve: 6 scudetti, 4 Coppe Italia, 3 Supercoppe italiane, 4 Panchine d’oro. Si aggiungano due finali di Champions League. Perse, certo, però sugli almanacchi e su Wikipedia scrivono anche il nome della finalista sconfitta, oltre a quella che la Coppa l’ha vinta. Il 2006 è stato l’anno del primo Big Bang Juve, il 2023 può essere il secondo. Contrariamente a quanto dice Moggi, la Juve non è un giocattolo in mano a tanti, soprattutto ai media. La Juve è il patrimonio di milioni di tifosi, in mano a Max. Nomen omen. Vietato andare al minimo.

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