Allegri, dallo scudetto allo scudo

Dicono – lo dicono i più maliziosi – che Allegri abbia scelto di tornare alla Juve anche per pigrizia, oltre che per stare vicino al giovane figlio che vive a Torino. Di offerte ne aveva ricevute numerose, un paio particolarmente allettanti. Prima della chiamata di Agnelli l’aveva cercato proprio il Napoli (puntuali e sempre affettuose le telefonate di De Laurentiis). Nel corso della lunga trattativa, però, alcuni passaggi contrattuali non erano stati del tutto chiariti e avevano finito per moltiplicare rinvii, riflessioni e dubbi.
     Quasi in contemporanea, nel periodo in cui Zidane doveva sciogliere la riserva – resto al Real, non resto al Real – Florentino Perez aveva incaricato José Angel Sànchez di sondare il terreno con l’allenatore italiano che in passato gli aveva detto di no. E dopo un paio di blitz a Madrid l’agente Giovanni Branchini era riuscito a spuntare un eccellente accordo triennale (8 milioni e mezzo a stagione) pieno di bonus e “tutele”.
     Ma il giorno della firma – se non sbaglio, un giovedì di maggio – mettendo in gioco sentimenti estremi e insieme banali, Max si è presentato a casa Agnelli, dalla quale è uscito con un contratto libero di quattro anni e la cifra mettila pure tu, presidente.
     Quando ha accettato di guidare la rifondazione tecnica che aveva invano caldeggiato due anni prima, Allegri sapeva perfettamente che non c’era (più) trippa per gatti, che il gruppo aveva perso per strada l’identità juventina e che non sarebbe potuto andare oltre due, massimo tre acquisti. Sapeva inoltre che Ronaldo e la società si sarebbero separati consensualmente, pur se per differenti motivi, ma in cuor suo pensava che non sarebbe stato semplice arrivare in pochi mesi al divorzio. A fine agosto, dopo una serie di bugie e ambiguità diffuse più o meno direttamente a mezzo stampa dagli interessati, si è ritrovato con una squadra decristianizzata e con una serie di complicazioni e ritardi derivati da Europeo e altri impegni internazionali.
     Dubito quindi che sia stata la pigrizia a indurre Max a ripartire da dove se ne era andato. Sospetto piuttosto che l’abbiano mosso un filo di incoscienza e il senso della sfida, la più difficile della carriera. Tornare dove si è vinto tanto, e dove il secondo posto è considerato un fallimento, senza poter incidere sul mercato, oltretutto dovendo affrontare le diffidenze di una tifoseria che non gli ha mai risparmiato critiche, è stata una decisione presa con quel pizzico di follia tipica dell’uomo. In altre parole, Allegri si è messo una mano sull’incoscienza e si è buttato rinunciando al paracadute.
     Dicono – i soliti maliziosi in servizio permanente effettivo, sempre loro – che sia il parafulmine, lo scudo di una Juve in chiarissima difficoltà. Il cui sogno, a questo punto, è quello di vincere la guerra attaccando con lo scudo.
     PS. Ho provato una strana sensazione vedendo il video in cui Ronaldo rientra all’Old Trafford e chiude dicendo “I’m home”, sono a casa. Come se non fosse mai appartenuto al nostro campionato.

La Juve, Allegri e il vizio delle false partenze...

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