Addio “flaco” Menotti: filosofo del calcio, molto più di un allenatore

Il titolo di Maestro se l’è meritato sul campo. Ma non dopo aver vinto il Mondiale del 1978 alla guida dell’Argentina. Paradossalmente – ma nemmeno tanto, visto il personaggio – César Luis Menotti diventò un punto di riferimento per i suoi colleghi negli ultimi 25 anni della propria carriera: dal 1983 al 2007, cinque lustri durante i quali non vinse nemmeno un titolo (passando, per otto giornate di campionato, anche dalla panchina della Sampdoria): «Per l’Argentina, il calcio è una questione culturale, una maniera di esprimersi. Ben oltre i ragionamenti tattici, il calcio deve impegnarsi a ottenere una relazione d’affetto con la gente che è quella che sostiene tutto. Ci sono due cose più importanti dei titoli: il riconoscimento e il rispetto». In ordine sparso (perché il primo a non accettarne una gerarchizzazione sarebbe stato proprio lui): filosofo del pallone, bohemien dal ciuffo alla Beatles, fumatore incallito, comunista, amante della boxe e delle sue chiacchierate sul tango con il Negro Fontanarrosa.

Menotti, molto di più di un semplice allenatore

Il Flaco è stato molto di più di un semplice allenatore di calcio perché non è mai riuscito a limitare la propria esuberanza e, soprattutto, la propria vulcanica personalità al terreno di gioco. Per sua stessa ammissione, infatti, la sua più importante differenza con Carlos Bilardo aveva poco a che vedere con la lavagna tattica: «Il nostro non è un problema di calcio. È solo che abbiamo due stili di vita completamente diversi. Ognuno ha la sua forma di relazionarsi, di partecipare alla società». E lui, peronista convinto, attraversò una profonda crisi esistenziale quando, nel 1976, l’Argentina fu catapultata nell’epoca più buia della propria storia recente dal colpo di Stato promosso dal tenente generale Jorge Rafael Videla. Era già ct dell’Albiceleste e la tentazione di mollare tutto fu grande: «Fumavo tra i due e i tre pacchetti di sigarette al giorno. Era spaventoso. Quando guardo le foto di quel periodo non posso credere ai miei occhi. Pochi anni prima, quando ero ancora sulla panchina dell’Huracán ero un ragazzino a tal punto che, spesso e volentieri, mi allenavo ancora con i miei ragazzi. Tutto il peso degli anni, però, mi cadde addosso sulla panchina della nazionale».

L’Argentina, Maradona, Barcellona, Pelé… 

Eppure quando portò l’Argentina sul tetto del mondo per la prima volta nella sua storia, il Flaco aveva solo 39 anni. Per sua stessa ammissione, però, si divertì molto di più l’anno successivo, quando guidò al titolo di campione del mondo Under 20 la squadra trascinata in campo da quello stesso Diego Armando Maradona che aveva tagliato dal mondiale di casa e che si sarebbe ritrovato poi a Barcellona. E proprio al Camp Nou vinse gli ultimi tre titoli della propria carriera, prima di diventare l’allenatore teorico per eccellenza, il lirico del fútbol, una sorta di oracolo al quale rivolgersi per svelare gli enigmi del pallone: «Una squadra è come uno stato d’animo. E si deprime quando non ha la palla tra i piedi». Era più argentino di tutti, ma non aveva dubbi sul fatto che il più forte calciatore della storia fosse brasiliano: «Pelé era un extraterrestre, di un altro pianeta. Ho giocato sia con lui che contro di lui ed era incredibile». Tra gli allenatori, invece, il suo prediletto era Pep Guardiola che arrivò a paragonare a uno dei tifosi più celebri del suo Rosario Central: «È come Che Guevara». Rivoluzionario, proprio come lui. Cesar Luis Menotti è morto ieri, a Buenos Aires, all’età di 85 anni. Le sue idee, però, non moriranno mai.

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