Addio a Zagallo, fece da balia a Pelé e Ronaldo

Zagallo alzò il braccio e si rivolse ai circa ventimila tifosi brasiliani raccolti sulla tribuna dello stadio di Ozoir La Ferriere dove, per circa quaranta giorni, il Brasile aveva stabilito il suo quartier generale ai Mondiali di Francia del 1998. Ultimo allenamento, ultimo saluto a casa Brasil, il giardino degli dei, dove l’impero Nike aveva aumentato fuori misura la forza comunicativa di quel territorio libero calcistico. Forse ne aveva anche tolto l’ancestrale richiamo alla magia che proprio “il professore” portava in dote con il suo sguardo sul Brasile delle origini. Ma tutto quel complesso di eventi e dispositivi contribuì a creare la struttura narrativa per il più grande psicodramma mai immaginato in una finale mondiale. Ronaldo, il Fenomeno, figlio delle speranze di Zagallo – tutore di tutti gli artisti infiniti che il calcio carioca ha donato alla repubblica futbolistica verdeoro – di lì a poco si accascerà su una console per videogiochi durante le ultime ore del ritiro. Batterà gli occhi furiosamente, li girerà al cielo, spumando dalle labbra, davanti ai compagni di squadra che verranno precipitati in una selva di incubi sportivi, attraversata da creature urlanti, levatesi all’improvviso dal fondo della terra. Poi la corsa all’ospedale, il velo nero d’angoscia delle prime ore del pomeriggio della finale mondiale. E il terrore. Fu Zagallo a chiamare Edmundo e a dargli il ruolo che doveva essere di Ronaldo. Poi, nello spogliatoio dello Stade de France, riappare Ronaldo, calzonicini, calzettoni, maglia. Parla, ma la voce e il corpo non sembrano suoi. «Zagallo, per amore di Dio, non lasciarmi fuori». Zagallo decide e non può fare altro. Ronaldo giocherà. Il resto è noto.

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